PMI: COMPETIZIONE O COOPERAZIONE? CO-OPETITION PERCHE’ NO?

L’economia italiana, usando una metafora ecologica, è formata da pochi alberi, diversi cespugli e una miriade di fili d’erba. La similitudine si rifà alle dimensioni e al relativo  numero di grandi, medie e piccole imprese presenti sul territorio nazionale, e soprattutto nelle Marche dove è presente un numero non indifferente di medie imprese e una moltitudine di piccole e piccolissime realtà. Sono queste che in effetti creano ricchezza e danno lavoro a migliaia di marchigiani e non solo,  apportando valore aggiunto alla nostra terra. La piccola impresa essendo meno robusta degli alberi e dei cespugli presenta  una propensione alla crescita pari alla facilità della sua morte. Una morte causata spesso sia dalla reale scarsità di risorse finanziarie a sua disposizione,  sia per la mancanza di capacità imprenditoriali. Queste carenze si traducono in una bassa propensione all’investimento, bassa competitività dovuta alla poca ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e fuga di risorse umane verso poli industriali più attraenti. Ed è  per questo che a parere di chi scrive  le Istituzioni e dunque lo Stato in primis ma anche la Regione in collaborazione con le Province e i Comuni e le CCIAA, potrebbero promuovere e favorire attraverso leggi ad hoc (ognuno per le sue competenze)  una collaborazione tra piccole e medie imprese, in materia di ricerca e sviluppo, formazione del personale e  strategie di marketing. Fasi che richiedono investimenti ingenti per essere efficaci e di cui solo la cooperazione risulta lo strumento migliore per tornare a competere. Joint venture o Consorzi ad hoc  potrebbero portare ad  importanti risultati per le associate, sostenendo meno costi e ottenendo migliori rapporti prezzo/qualità. Questo è un nuovo modo di guardare avanti perché altrimenti solo poche e grandi imprese riusciranno a resistere nel breve periodo. Le istituzioni pubbliche e private quindi dovrebbero porsi il problema e rendere reali le loro proposte per sostenere la qualità dei prodotti italiani, favorendone la crescita degli investimenti e la promozione all’estero, non  pensando di competere sui costi rispetto ai Paesi emergenti del Sol levante, perché ciò significherebbe  perdere in partenza.