La competizione globale sta rendendo necessario uno sviluppo delle nostre imprese attraverso un’attività di internazionalizzazione e una crescita dimensionale. In Italia la forma più diffusa di internazionalizzazione è la delocalizzazione, varrebbe a dire lo spostare fasi della produzione verso paesi che offrono un più elevato vantaggio competitivo. A delocalizzare sono  sia i grandi gruppi industriali come conseguenza di fenomeni di condensazione/ristrutturazione (Automobili, Farmaceutici, prodotti elettronici …) sia quelle aziende operanti nei settori del made in Italy ( tessile, abbigliamento, calzature ….). In questi ultimi anni molte imprese italiane si sono insediate nei paesi dell’Est Europa quali la Romania e ultimamente la Cina per sfruttare le differenze salariali;  sono quasi sempre imprese di medie dimensioni in grado di far fronte a forti investimenti. E’ interessante studiare il fenomeno chiedendosi a livello aggregato quali siano sia i vantaggi che i  svantaggi;  in molti sottolineano la riduzione del numero di occupati. Per rispondere a questa domanda bisogna prima chiedersi il perché le imprese delocalizzano. Le ragioni sono essenzialmente di risposta alle mutate condizioni di mercato, frutto di una concorrenza sempre più forte, ma ve ne sono altre di pari importanza: la crescita di produttività in Italia è costantemente più bassa rispetto al resto d’Europa,  dato che ci colloca da diversi anni agli ultimi posti. Questo in altre parole significa che se Germania e Francia subiscono la concorrenza cinese e indiana noi la subiamo di più, anche a causa della nostra struttura economica basata sui settori a basso valore aggiunto. Se le nostre imprese vogliono ritornare ad assumere un ruolo di primo piano, le  chiavi su cui puntare sono una corretta attività di strategia e di ricerca e sviluppo, volendo scendere nel concreto  per le imprese  operanti nei settori tradizionali ci si riferisce a: una buona progettualità, una importante attività di marketing e commerciale e un impiego di macchinari tecnologicamente avanzati. Oggi in Italia le imprese che riescono a primeggiare sono quelle che hanno saputo migliorare la qualità dei prodotti attraverso l’attività di marketing, il progresso tecnologico sui macchinari e processi, il design e la progettualità e che hanno saputo frammentare la produzione, ricorrendo alla delocalizzazione di fasi produttive intermedie. Gli effetti di  questa strategia sono positivi: una crescita dimensionale e occupazionale. La delocalizzazione concepita in questi termini rappresenta un’opportunità, per permettere al nostro paese di primeggiare con il marchio di produzione made in Italy e garantire il mantenimento di attività di ricerca, commerciale/distributiva e organizzativa in Italia. Il sistema Paese qui è chiamato ad un grandissimo sforzo per favorire l’operatività delle imprese italiane sul suolo nazionale. I nodi fondamentali sono: una rete infrastrutturale che garantisca velocità di percorrenza delle merci e persone; costi dell’energia al pari di quelli europei, un sistema di tassazione più leggero e un’apertura del nostro sistema alla concorrenza internazionale. Sono questi i temi su cui deve lavorare il paese e la nostra classe politica, evitando di lanciare promesse popolari quanto irrealizzabili. Le sfide che attendono le nostre imprese sono importanti, le aziende, i lavoratori i sindacati e la classe politica devono porsi come primo obiettivo il recupero di produttività della nostra industria, in assenza del quale sarà quasi impossibile garantire anche un aumento dei salari.